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Fitoterapia
Curarsi con le piante
La fitoterapia è la più antica pratica medica. Prevede l'uso delle piante per la cura delle malattie.
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Fitoterapia in psichiatria



La fitoterapia è la più antica pratica medica. Essa prevede l'utilizzo delle piante per la cura delle malattie, com'è riflesso nella stessa etimologia greca del termine: phyton (pianta) e terapeia (cura).

Nel corso della loro evoluzione le piante si sono infatti arricchite di principi attivi dal punto di vista farmacologico. Esse non possono fuggire, ma nondimeno la pressione evolutiva le ha spinte a dotarsi di composti fitochimici che potevano difenderle dai loro aggressori, come microrganismi e insetti.

Ai vari farmaci prodotti dalle piante attingono non solo gli esseri umani, ma anche gli animali. La zoofarmacognosia è la disciplina che studia l'uso medicinale delle piante attuato proprio dalle varie specie animali. Noi dovremmo guardare con molto rispetto a questi dati etologici, giacché se la selezione naturale ha premiato quegli esemplari che nelle varie popolazioni animali si curavano con certe piante, vuol dire che queste hanno un'effettiva capacità terapeutica. Anche la natura ha la sua “medicina basata sulle evidenze”.

Gli esseri umani hanno a loro volta sempre fatto ricorso a questa ricchissima farmacia naturale per potersi curare. L'etnofarmacologia studia proprio l'uso di sostanze naturali che si è affermato nel corso dei secoli nelle diverse popolazioni umane. D'altra parte esistono poi le grandi tradizioni mediche orientali. La medicina tradizionale cinese e quella indiana (ayurvedica) costituiscono complessi apparati che contemplano vaste conoscenze sulle virtù terapeutiche delle piante. Per le medicine diverse da quella occidentale è necessario avere, nuovamente, un profondo rispetto. Il loro affermarsi millenario va infatti valutato anzitutto alla luce di una selezione culturale che, analogamente a quella biologica, ha premiato le scelte che dimostravano di essere efficaci.

E' chiaro che questo rispetto è solo il primo passo per integrare organicamente nella prassi medica occidentale l'utilizzazione di certe piante. Ed è chiaro che la lettura dei meccanismi attraverso cui esse possono rivelarsi efficaci non può che essere attuata nei termini delle nostre acquisizioni scientifiche. D'altra parte, la medicina occidentale, sia in Europa e negli Stati Uniti, sia in Cina e India, ha già da tempo iniziato a verificare con metodologie scientifiche l'efficacia dei rimedi tradizionalmente proposti e ad approfondirne il razionale chimico-biologico.

Ma la fitoterapia è stata anche parte integrante delle medicina europea fino alla prima parte del secolo scorso. Solo dopo la nascita e la produzione dei farmaci di sintesi la cultura medica dominante ha iniziato a ignorare e disprezzare i farmaci vegetali. All'origine di tale atteggiamento non sono estranei gli interessi economici delle industrie farmaceutiche. Infatti, se un farmaco è presente in natura, non può essere oggetto di segreto industriale, né può essere brevettato per avere comunque l'esclusiva della sua produzione e commercializzazione.

Ciononostante, la medicina occidentale rivela le sue origini e con esse, al tempo stesso, il potenziale farmaceutico delle piante, annoverando nel suo prontuario numerosi farmaci di derivazione vegetale, che però sono stati modificati al fine principale di potenziarne l'efficacia. Una contropartita ha accompagnato tali miglioramenti apportati alle sostanze naturali: se un farmaco era dotato di efficacia ma questa non veniva incrementata significativamente attraverso modifiche apportate alla sua molecola, esso non risultava abbastanza interessante a scopo commerciale.

Oggi, al tempo delle grandi corporation del farmaco, tale quadro è andato ulteriormente aggravandosi.

Un'altra grande forza ha però iniziato a svilupparsi. Negli ultimi decenni i progressi della biologia hanno consentito alla ricerca indipendente dagli investimenti e dai finanziamenti delle multinazionali farmaceutiche di dare una base scientifica sempre più larga e profonda alla fitoterapia. Si sono infatti via via riconosciuti numerosi principi attivi presenti nelle varie piante utilizzate a scopo terapeutico e chiariti in misura crescente i meccanismi attraverso i quali tali principi esercitano i loro effetti.

A questi progressi delle ricerca biologica si sono inoltre aggiunti gli studi effettuati sull'efficacia delle sostanze ad attività farmacologia estratte dalle piante. Abbiamo così, oltre agli studi in vitro, studi realizzati su modelli animali e studi clinici controllati. Questi ultimi vengono condotti su soggetti umani seguendo le regole sancite dalla comunità scientifica per il raggiungimento degli standard appropriati. Così, una buona parte di essi si è dispiegata secondo lo schema ottimale del “doppio cieco”: i pazienti vengono previamente indirizzati a due gruppi, quello sperimentale e quello di controllo; mentre il gruppo sperimentale assumerà il farmaco studiato, a quello di controllo verrà fornito un placebo o un farmaco già conosciuto; per evitare l'effetto placebo, né i pazienti né i medici che controllano l'andamento della cura sanno chi appartiene a un gruppo e chi all'altro.

Oltre allo sviluppo della nuova ricerca sulle sostanze estratte dalle piante, oggi si sta anche affermando nelle società occidentali un atteggiamento che da un lato è meno ingenuamente fiducioso verso l'efficacia delle cure convenzionali, dall'altro è più consapevole del problema costituito dagli effetti collaterali e dai danni a lungo termine che possono derivare dai farmaci. A questo riguardo, invece, le preparazioni fitoterapiche sono in linea generale più tollerabili e sicure. Perché?

Una ragione fondamentale è che fra le piante che forniscono principi farmacologicamente attivi molte appartengono al repertorio dietetico di determinate popolazioni oppure al loro tradizionale prontuario farmacologico. Ciò significa che generazioni e generazioni di donne e uomini hanno sperimentato su di sé la presenza o l'assenza di eventuali effetti nocivi prodotti dall'assunzione delle piante, facendo così entrare nell'alimentazione e nella cura solo quelle che mostravano di non essere dannose (almeno nel breve e medio termine e alle dosi normalmente utilizzate). Ciò non toglie che il medico debba comunque ben conoscere gli eventuali effetti collaterali delle sostanze vegetali che viene a prescrivere.

Le moderne preparazioni fitoterapiche sono ottenute sotto forma di estratti fluidi o secchi, titolati per il principio attivo da utilizzare nella cura.

La fitofarmacologia e la farmacologia convenzionale sono risorse che dovrebbero entrambe far parte del bagaglio di strumenti utilizzati dal medico per attuare il trattamento più efficace del suo paziente. Ogni forma di “integralismo” è irresponsabile. Ogni scelta va ispirata al criterio puramente “laico” del recupero della salute.

La fitoterapia è una risorsa utile anche nell'ambito della psichiatria. Oggi disponiamo infatti di un congruo numero di studi che attestano il razionale e l'efficacia dei rimedi fitoterapici nella cura dei disturbi mentali. Sostanze come l'Iperico, il Ginko Biloba, il 5-idrossi-triptofano e diverse altre sono entrate pertanto a pieno titolo nel repertorio dei farmaci cui poter profiquamente attingere.

D'altra parte, laddove si effettui un ricorso a tale genere di farmaci (o a quelli convenzionali) è generalmente necessario, al fine di realizzare una cura completa, unire all'intervento farmacologico quello psicoterapico. Gli studi clinici controllati indicano questa come una scelta generalmente più appropriata. D'altra parte va ricordato che per diversi disturbi di tipo mentale la psicoterapia è di per sé sufficiente a ottenere i risultati clinici auspicabili. In altre parole, la cura va sempre tagliata su misura del paziente.




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