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Scegliere l'una o l'altra, così come integrarle nello stesso progetto terapeutico, è sempre un atto da compiere con spirito critico e mai pregiudiziale.
Un discorso analogo va fatto anche nell'ambito dello stesso trattamento farmacologico, perché esso può essere compiuto a sua volta sia con farmaci convenzionali , sia con farmaci naturali . Quest'ultima possibilità va considerata come un arricchimento delle opportunità del medico e giudicata alla luce degli studi clinici controllati. Oggi, infatti, grazie ai progressi della ricerca scientifica disponiamo di una serie di farmaci naturali che in diversi casi possono essere assunti sia per raggiungere obiettivi fuori dalla portata di quelli di sintesi, sia per conseguire risultati analoghi ma senza il consueto corteo di effetti collaterali.
C'è poi, come abbiamo detto, la psicoterapia. Attualmente ne esistono scuole diverse. Ma in generale l'orientamento che ha ricevuto più conferme della propria efficacia clinica è quello della psicoterapia cognitiva (detta anche terapia cognitiva, psicoterapia cognitivo-comportamentale o terapia cognitivo-comportamentale). Si tratta di un intervento volto al superamento dei disturbi emotivi attraverso il cambiamento dei significati che la persona attribuisce agli eventi della sua vita. Si ritiene infatti che sia proprio la personale struttura profonda di generazione dei significati che orienta i pensieri, le valutazioni, le emozioni e i comportamenti.
Alla luce di tale idea portante la psicoterapia cognitiva si riallaccia di fatto alla grande tradizione occidentale dell'etica ellenistica. Infatti, per 500 anni le scuole filosofiche del mondo antico si sono poste anche il problema di come promuovere l' eudaimonia , che va correttamente intesa come fiorire dell'umano, realizzazione personale e ben-essere. A tal fine le varie scuole, e soprattutto l'epicurea, la stoica e la scettica elaborarono sistemi concettuali e metodiche d'intervento che potessero efficacemente promuovere un cambiamento nei significati attraverso cui le persone costruiscono mentalmente se stesse e il mondo. Occorrerà attendere molti secoli perché il discorso iniziato dall'etica ellenistica possa, sia pur in forme nuove e in un contesto diverso, rinascere e svilupparsi.
E' nella seconda metà del secolo scorso che nasce in America, per poi diffondersi e svilupparsi anche in Europa, il cognitivismo clinico. Come nuovo paradigma teorico esso propone un modello terapeutico volto a superare i limiti di efficacia manifestati sia dalla psicoanalisi ortodossa che dal comportamentismo. Qual è l'operare di uno psicoterapeuta cognitivo?
Il primo compito che egli cerca di affrontare è quello di riconoscere i significati personali del paziente che entrano in gioco nel determinarne il disagio emotivo e la mancata realizzazione.
Tali significati però, pur essendo quotidianamente operanti, sono in tutto o in parte ignorati dal paziente stesso. Lo psicoterapeuta aiuta allora quest'ultimo a prenderne coscienza, così che possa confrontarsi criticamente con essi ed essere in grado di attuarne la modificazione.
Per promuovere nel paziente questo genere di mutamento lo psicoterapeuta cognitivo fa ricorso a strategie diverse . Esse comprendono, fra l'altro (almeno per quanto riguarda chi scrive) le seguenti:
- il dialogo socratico, con cui il terapeuta aiuta il paziente a conoscere e a superare le sue convinzioni patogene attraverso un uso mirato delle domande che viene via via a rivolgergli;
- la formulazione di ipotesi di lettura degli eventi che siano alternative a quella che di volta in volta esprime il significato problematico;
- le prescrizioni comportamentali, grazie alle quali il paziente si consente di fare esperienze nuove a partire dalle quali può quindi elaborare nuovi punti di vista;
- la meditazione per immagini, attraverso cui il paziente realizza le esperienze nuove anche quando il loro svolgimento reale non è immediatamente e facilmente disponibile;
- le interpretazioni volte alla presa di coscienza esperienziale (che hanno generalmente per oggetto delle emozioni di cui il paziente non è cosciente) e quelle indirizzate alla presa di coscienza inferenziale (che si riferisce ai fattori che generano i significati che condizionano negativamente l'esistenza del paziente);
- l'uso della metafora, che permette - sapientemente usata - di facilitare notevolmente la creazione di nuovi punti di vista da parte del paziente;
- la buona gestione della relazione terapeutica, che da un lato ne valorizza l'aspetto della collaborazione paritaria e dall'altro ne può fare un laboratorio importante sia per il riconoscimento dei significati responsabili del disagio che grava sul paziente, sia per il loro superamento.
La frequenza dei colloqui è generalmente settimanale. La durata di una psicoterapia cognitivo-comportamentale varia al variare del disturbo affrontato.
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